chisimbARC
Written by on May 22nd, 2008 in Uncategorized.

Eugenio De’ Giorgi, camaleontico affabulatore, intuisce la sfida del testo di Haim Baharier: infrangere il muro tra lettore e testo biblico, tra spettatore e spettacolo, per muovere il pubblico ad una presa di coscienza responsabile… Che ciascuno, dentro nell’arca, si senta in fondo uno scampato al diluvio con una missione da cmpiere nel nuovo mondo. Eugenio De’ Giorgi è Abramo, voce narrante, è Noè, il predestinato, è Sem, Iafet, Ham, i figli di Noè; dà corpo e voce all’umanità essenziale dell’arca. La posta, lo si intuisce presto, non è solo genetica: salvare l’umanità e le specie animali. Cosa salva veramente l’arca? Rimane una certezza: l’umorismo e l’ironia amara non affondano nel brodo nero del diluvio. Forse l’umorismo e l’ironia permettono all’arca di galleggiare….
Una radio grachia…. cattura voci e suoni del passato… stralci di auspici per i tempi a venire… nuvole nere si addensano all’orizzonte. Inaspettatamente, nell’arca, entra un uomo che non è Noè. Entra in scena Abramo, voce narrante. Lui, il patriarca, - sembra dirci - è lì come tutti gli uomini, generazione dopo generazione, per i meriti degli avi. Noè primo fra tutti. Ma presto è chiaro il contrario. L’umanità è stata spazzata via dal diluvio per sfatare i meriti o i demeriti dei padri e giustiicare invece la sopravvivenza dell’umanità attraverso meriti non ancora acquisiti, in divenire: i meriti dei figli, delle generazioni future…
L’arca, la sua rappresentazione, non è un percorso salvifico ma l’appressarsi di un limite che prima o poi, nelle azioni come nel linguaggio, viene a braccarti. Gli uomini condannati dal diluvio conoscevano il valore del limite, erano abili nel discernere, ma pensavano di scongiurare questo limite, questo livello di guardia, mantenndosi sempre appena un poco al di sotto di esso. Ma il limite non era inerte e , come si è detto, venne a braccarli.
Tra i popoli del mondo, non solo nel testo biblico, riecheggia il mito del diluvio. Nel Settecento molti naturalisti, dinanzi a fossili apparentemente antropomorfi, ipotizzavano una civiltà antidiluviana, preadamitica, dannata e quindi punita. Secondo Haim Baharier non è interessante fondare il diluvio come memoria ancestrale di un fatto storico; poco imporano i presunti fondamenti scientifici. Quello che conta è la narrazione. «Il testo biblico, spesso meglio del percorso scientifico, sa dare spazio all’immaginazione, sa creare luce, proporre spiegazioni quando lo studio storico scientifico rimane ostinatamente muto. La narrazione biblica riesce soprattutto a sottrarre l’individuo a un destino strettamente personale per riporlo in un contesto globale. Tenta di restituire dei sentimenti, delle complessità, delle contraddizioni anche terribili,anche imperdonabili, laddove l’approccio storico scientifico scopre soltanto fatti. Il testo biblico tenta sempre di comprendere un enigma, di liberare i figli dal destino degli antenati, laddove la scienza degli avvenimenti è già passata e si è già appagata» (da Il Tacchino pensante di Haim Baharier).
E la narrazione biblica non ricerca mai il monito, la morale. Semplicemente attraverso le parole invita a un’esperienza. L’unica esperienza concreta è quella del lettoredinanzi al testo. Non esistono vane parole perché le parole pesano, sono loro che ti conducono verso esperienze concrete. Il teatro-arca costruito in Campo del Ghetto Nuovo è qui per ricordarci questo: l’arca è concetto ma anche realtà tangibile. I personaggi che si muovono al suo interno, dapprima Abramo, poi Noè, la moglie, i suoi figli Ham, Iafet e Sem… vivono nell’interpretazione di un unico attore: Eugenio de’ Giorgi. Vivono nei suoi dialoghi amplificati dall’umorismo, etica e galato della disperazione. Lo strumento è la commedia dell’arte, e il linguaggio di questa rappresentazione, il dialetto lombardo-veneto, dà risalto a quest’umanità primordiale ma illuminata. Sin dagli esordi l’opera conforta gli spettatori con un’apparente caratterizzazione dei personaggi. Nei figli di Noè si colgono i segni distintivi delle genealogie che ciascuno di loro fonderà. Ham, dal temperamento sanguigno, preannuncia le discendenze africane, sensibili e esuberanti. In Iafet, delicato razionale, si affacciano le stirpi antropocentriche dell’Ellade. Infine Sem, lo studioso, preconizza le schiere d’Israel, concentrate nella realizzazione di un progetto identitario. Via via, nel dispiegarsi dell’opera, i personaggi attraverso i loro atti e le loro parole vanno rapidamente disinnescando le caratterizzazioni: ci sono gelosie, pensieri disarmanti, ingenuità, debolezze, anche sangue e castrazioni; nessuno però incarna mai il profondamente malvagio o l’autenticamente buono, ciascno è sempre ironico e pungente. Le parole, solo loro, diventano via via certe e fondanti. E “arca”, in ebraico, è anche “parola”.
Biglietto intero 15,00 euro.
Riduzione anziani e studenti (max 26 anni e anziani oltre 60 anni) 10,00 euro
Scuole: 9,00 euro
Biglietto convenzionato con Comunità Ebraica 8,00 euro
Biglietteria e informazioni:
Codess Cultura-Museo Ebraico di Venezia (Campo del Ghetto Nuovo)
tel. 041 715359 10,00 - 18.00) museoebraico@codesscultura.it
http://festivalarca.atduende.it
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Fonte NSC - NonSoloCinema